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Un viaggio dentro il Gran Sasso e sulle tracce di Ladyhawke

L’AQUILA — Il viaggio di Gian Luca Gasca continua per le nostre montagne. Ecco il suo racconto dopo il terremoto:

Lasciata Amatrice il mio viaggio appenninico fa tappa in Abruzzo, a L’Aquila, dove mi porta ad inoltrarmi nelle viscere del Gran Sasso. Non sono mai entrato dentro una montagna con un pulmino, ma qui, in questo luogo per molti fantascientifico che sono I laboratori del Gran Sasso, ci si arriva comodamente grazie ad una navetta. Un piccolo autobus accompagna ricercatori e visitatori verso un centro d’eccellenza, un luogo in cui “Chi come me”, inizia Carlo Bucci, ricercatore assunto dai laboratori dal 2001, “lavora alla fisica delle particelle collegata con la fisica astro e cosmologica trova tutto ciò di cui ha bisogno, perché gli esperimenti sono qui”. Li si nota infatti questi esperimenti. Hanno nomi curiosi come “Opera”, “Borexino” se non “DarkSide” sono esperimenti che vanno alla ricerca di materia e particelle mai osservate. Sono tutti chiusi all’interno di contenitori simili ad enormi silos e non li si può aprire “perché altrimenti bisognerebbe buttare tutto”, mi fa notare Roberta Antolini, responsabile comunicazione dei laboratori del Gran Sasso, prima di iniziare a spiegare e raccontare l’importanza della location scelta per il centro di ricerca. “Si è scelto di sistemare i laboratori a quattro chilometri dall’ingresso del tunnel perché qui si trova il massimo spessore di roccia che si può avere sopra il laboratorio”. Sopra le nostre teste si trovano infatti climber probabilmente impegnati sul Paretone del Gran Sasso e circa 1400 metri di roccia, “uno spessore sufficiente a filtrare la maggior parte dei raggi cosmici che piovono sulla terra” conclude Roberta.
Senza andare troppo nel dettaglio, questi raggi cosmici sono per la maggioranza protoni e per una minima parte nuclei di atomi pesanti prodotti in seguito a fenomeni di origine cosmica che vagano per lo spazio e prima o poi incontrano la terra dove interagiscono con l’atmosfera terrestre “degradandosi” in sciami di particelle. “Molte di queste particelle”, racconta Roberta, “ vengono fermate dagli strati di roccia, tanto che se noi misurassimo questi sciami a livello del mare misureremmo cento particelle al secondo per metro quadro mentre qui, sotto il Gran Sasso, ne arrivano solo una l’ora per metro quadro. Ovviamente quelle ad energia più alta.” Questa particolare selezione permette agli scienziati di identificare le particelle, concentrando gli studi e aumentando le probabilità di trovare “le particelle di materia oscura o i neutrini di origine cosmica che possono provenire dal sole o dalle supernove”.
Può sembrare fantascienza a molti ma vi posso assicurare che qui sotto non si generano né terremoti né buchi neri e tantomeno si sono mai costruiti tunnel che uniscono l’Abruzzo con la Svizzera. Qui sotto si svolge invece ricerca pura, quella che apparentemente non ha applicazioni pratiche ma, a sfatare questa mia supposizione, ci pensa Roberta raccontando come “negli anni si è cercato di dare delle applicazioni ai nostri studi. Ad esempio molte nuove tecniche per la cura dei melanomi derivano dalle nostre ricerche. Oppure abbiamo un laboratorio di tecniche nucleari applicate ai beni culturali a Firenze.” Racconta mentre mi riaccompagna alla navetta.
“La ricaduta pratica della scienza è doverosa.” Conclude salutandomi.

Queste due ore passate nel cuore della montagna mi hanno fatto sorgere una curiosità: cosa ci sarà sopra? Eccomi allora di nuovo in macchina con Gianluca e Elio, i due ragazzi che mi hanno accompagnato ad Amatrice, alla scoperta di un mondo che sa di Far West. Siamo a Campo Imperatore e tutt’attorno a noi si estendono i luoghi del cinema western.
“Qui hanno girato tantissime pellicole. Ad esempio qui vicino, alla Rocca di Calascio, han girato quella che forse è la più famosa: Ladyhawke con Michelle Pfeiffer. Invece dove siamo adesso sono stati girati molti dei film di Bud Spencer e Terence Hill.” Racconta Gianluca, mentre fuori dal finestrino corre un panorama alla “mezzogiorno di fuoco” dominato dalla figura imponente e quasi dolomitica del Gran Sasso. Lo scenario passa veloce in questa calda giornata autunnale, mentre in sottofondo Gianluca continua l’elenco di film girati in queste lande dove il cielo si apre a centottanta gradi.
“Pensa che le costruzioni usate per i film oggi esistono ancora. Le usano per cucinare gli arrosticini.” Conclude poi sorridendo mentre in lontananza si profila la figura di quello che pare essere un vecchio saloon e, scopro di li a breve, si beve come in un saloon.
Tre bottiglie di vino in tre aiutano a dimenticare, anche se per poco tempo, la distruzione. Tre bottiglie di vino aiutano a imprimere nella mente una giornata sulle montagne. Montagne dove non conta se appenniniche o alpine.

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