Rifugi

Professione rifugista: Rodolfo Molin, da 33 anni ai piedi dei Cadini di Misurina

La sua casa è il “Città di Carpi”, collocato a quota 2100 m in uno dei luoghi più spettacolari delle Dolomiti. Da lassù ha visto cambiare il mondo della montagna

Rodolfo Molin da 33 anni gestisce il Rifugio Città di Carpi, a 2100 metri di altitudine tra i Cadini di Misurina. Un punto panoramico privilegiato per godersi la visione sulla lunga bastionata delle Marmarole e un comodo punto d’appoggio per affrontare lo spettacolare saliscendi tra le forcelle di quell’intricato castello dolomitico, con i suoi rami e le sue cime aguzze, che sono i Cadini di Misurina. Ora Rodolfo di anni ne ha 60 ma è da quando ne aveva 27 che la sua vita è cambiata: “Dopo la scuola media ho subito lavorato con i miei genitori e poi per dieci anni ho fatto l’imbianchino per una ditta di Cortina. Quando c’è stata la possibilità di concorrere per gestire il rifugio, costruito nel 1969, di proprietà della sezione del CAI di Carpi, una piccola città vicino a Modena, ho subito colto questa occasione è così dal 1992 sono qui”.

Rodolfo Molin non è un arrampicatore, ma la montagna è sempre stata di casa visto che suo padre Alziro Molin è stato uno dei più grandi rocciatori delle Dolomiti (dove ha aperto più di quaranta nuove vie) con innumerevoli partecipazioni a spedizioni extraeuropee, sulle catene montuose dell’Asia (Hindu Kush, Mongolia, Iran, Nepal, Giordania), Sudamerica (Ecuador, Perù, Colombia, Fritz Roy), Africa (Alto Atlante in Marocco, Sahara algerino) e in Groenlandia.

Le signore in pelliccia e l’ossessione per il wifi

 

“Nei primi anni non si lavorava tanto, ma da quando le Dolomiti sono entrate nel patrimonio dell’Unesco c’è stato un grande incremento di escursionisti– racconta Rodolfo – soprattutto con gli stranieri, con gli americani, che prima non arrivavano quassù, tedeschi, francesi, tantissimi spagnoli, ma anche dai Paesi nordici e dell’Est. Il turismo anche in quota è cambiato molto dopo il Covid.  Ha cominciato a girare molta più gente e molti non sono più gli appassionati di montagna che sanno già come comportarsi, come vestirsi, come muoversi, preparati a quello a cui vanno incontro. Oggi arrivano persone che non sanno nulla del rapporto con la montagna. Quest’inverno mi si sono presentate addirittura cinque signore con le pellicce. Appena varcano la porta ti chiedono subito se c’è il Wi-Fi, menu particolari, se c’è la doccia in camera, cose che non dovrebbero nemmeno passarti per la mente quando vai in un rifugio, dovresti essere contento di trovare quello che trovi”.

Tutte ragioni per cui fare il rifugista è un lavoro molto impegnativo e che nel tempo si è molto trasformato. “La vita in rifugio comincia presto al mattino. Io, mia moglie Sabrina, due dei miei quattro figli, Luca e Alziro (stesso nome del nonno) e i nostri collaboratori ci alziamo prima delle 6. Ognuno ha il suo compito. Alle 7 apriamo con le colazioni e andiamo avanti fino alle 10 di sera. In rifugio si può pernottare, abbiamo 22 posti letto in camere da 2,6,8 posti. Tre bagni e una doccia. C’è l’obbligo di utilizzare il sacco lenzuolo e a chi non ce l’ha lo vendiamo noi, quelli del tipo usa e getta, come quelli dei treni”.

“Si lavora molto, la giornata è intensa – continua Rodolfo – una volta avanzava magari il tempo di farsi una partita a carte, ora non abbiamo più quei tempi morti. Non ci annoiamo di certo, a meno che non piova per qualche giorno consecutivo, perché in quel caso non c’è niente da fare. Non possiamo nemmeno fare la legna con la quale riscaldiamo il rifugio, soprattutto d’inverno. Abbiamo una caldaia alimentata a legna che raccogliamo nei dintorni, con il permesso del comune di Auronzo di Cadore, utilizzando le piante schiantate dal peso della neve o dal vento, come Vaia e con quella scusa teniamo anche in ordine il bosco”.

L’acqua arriva invece da una sorgente localizzata centodieci metri di quota più a valle del rifugio, per cui viene pompata e arriva su attraverso un tubo lungo 400 metri. “Ma raccogliamo anche l’acqua piovana e quella della fusione della neve, in una vasca da 10.000 litri, che utilizziamo per i sanitari”. L’energia elettrica viene fornita da pannelli solari che danno una mano ad alimentare i frigoriferi e da un generatore nelle ore di maggior consumo.

Negli anni ho imparato a fare un po’ di tutto, l’idraulico, l’elettricista, il falegname, il muratore– continua Rodolfo – perché in un rifugio bisogna sapersi arrangiare, non è così facile far arrivare quassù chi viene a risolverti i problemi. E bisogna essere pronti alle emergenze per cui molte attrezzature devono essere doppie, per esempio i generatori sono due e le pompe dell’acqua tre”.

Durante la gestione Molin è stato tra l’altro rifatto anche l’impianto idraulico portando i tubi all’interno in modo che l’acqua non si geli d’inverno (il rifugio è aperto tutti i giorni dal 26 dicembre all’Epifania e nei fine settimana nel resto dell’inverno).

Il papà Alziro, scomparso lo scorso anno, però, non si occupò mai direttamente del rifugio, “Veniva a trovarci – aggiunge Rodolfo – a farsi un giro e se serviva ci dava una mano”.

La continuità garantita dalla presenza dei figli

 

Come dicevamo ora i figli Luca (33 anni) ed Alziro junior (30), che affiancano il papà nella conduzione del Rifugio Città di Carpi, insieme alla mamma Sabrina, sono pronti a rilevarne in prima persona la gestione. Anche il figlio più giovane Gabriele (26 anni) trascorre le estati con loro sotto i Cadini di Misurina, mentre la primogenita Carolina è occupata in un’altra attività legata al turismo a Misurina. Perché è Misurina la culla a cui sono legati tutti i Molin ed è anche da Misurina che si raggiunge più facilmente e rapidamente il rifugio (circa un paio d’ore) lungo una stradina comoda e facile con uno splendido panorama sul gruppo delle Marmarole e sul Sorapiss. In verità chi volesse potrebbe salire in seggiovia fino al rifugio Col de Varda e da lì giungere al Rifugio Città di Carpi in un’ora e un quarto, con pochissimo dislivello.
“Devo dire che non mi sono mai pentito della scelta che ho fatto di gestire un rifugio – conclude Rodolfo – se dovessi ripartire rifarei tutto di nuovo senza pensarci un attimo”.

E quando non è in rifugio cosa fa Rodolfo? “Vado al mare con una roulotte sulle coste italiane, perché mi piace il mare ma voglio girare, non stare fermo. Deve esserci caldo però, dico sempre che devo rifarmi di tutto il freddo che si prende nei rifugi“.

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